venerdì 18 ottobre 2013

Herpes…in salita


In primavera avevamo disceso questo sentiero ripido e sassoso. Di quell’escursione, a tempo debito, avevo pubblicato apposito scritto sull’allora presente blog che avevo su MTB forum, e ho pubblicato tracciato (nella sezione itinerari) e apposito filmato su you tube al canale di stefano alinovi.
Era tanto tempo che “quelli che il sabato mattina” rimuginavano l’idea di fare il medesimo tracciato a rovescio. Una volta per un motivo, una volta per un altro, abbiamo fatto passare l’estate senza affrontare la terribile salita. Già…terribile, perché di terribile si tratta. Il sentiero è ripido in discesa e piuttosto scomodo a causa della notevole quantità di pietre smosse che riempiono la carreggiata.
Farlo in salita mi sembra davvero una notevole impresa. Ma la cosa non mi ha mai preoccupato davvero. Sono di quelli che non si avviliscono se devono scendere e spingere.
Sembrava tutto ok, nonostante le piogge dei giorni precedenti eravamo tutti ottimisti, c’era stato qualche gg di tempo discreto e un vento caldo e forte di venerdì ci faceva essere ottimisti. Le previsioni per il sabato erano davvero poco confortanti, ma la voglia di uscire con la mtb era davvero forte e ci siamo accordati senza forse e senza ma. Si va…. Dove?...improvviseremo.
Andrea (da Rio Saliceto….non proprio da Carpi) codigno e determinato decide di unirsi comunque al gruppo.
Durante la notte un forte acquazzone bagna ulteriormente la terra ma ci regala, al risveglio, una mattina tersa e serena…
Siamo galvanizzati dal bel tempo. A paolo non piace il fango e al punto di partenza ci comunica la sua intenzione di fare un lungo giro veloce su asfalto. Ci salutiamo e in 3 partiamo….verso l’Herpes. Si Luca è decisissimo…si va a fare l’herpes. Abbozzo e mi adeguo….Andrea non l’ha vista e pedala tranquillo con noi. Partiamo davvero tranquilli. Siamo tutti un po’ stanchi e chiacchierando ci scaldiamo. La temperatura è fresca e si sta bene coperti. Per mettere in temperatura i motori attacchiamo la lunga salita dei Massari. Il terreno intriso d’acqua è estremamente lento. La ghiaia cede sotto le nostre ruote intrappolando le coperture. Per le escursioni fangose e invernali ho messo a riposo la Scott e ho ripreso la vecchia Merida one five zero, già settata da fango (parafanghi e coperture più piccole e scorrevoli). Pedaliamo sotto un bel sole e un cielo azzurro davvero primaverile. Dopo il secco estivo, la pioggia di questi giorni ha ridato colore alla collina che stranamente per la stagione brilla di un bel verde fresco fresco.
A tratti un sottile velo di nebbia copre il sole, che man mano che passano i minuti riesce a scacciare il grigiore. Saliamo e sbuffiamo ma lo spettacolo che la natura ci offre è davvero incoraggiante.
Usciti dalla ghiaia arriviamo al passo di S.Antonio via “bitume”. Andarsi a tuffarsi nella riservetta sarebbe abbastanza assurdo. Fango e pozze enormi ci frenerebbero in maniera significativa. Dobbiamo affrontare l’Herpes dobbiamo rendere! Via asfalto percorriamo la strada della costa fino all’imbocco della borotalco. Ci fermiamo e guardiamo dubbiosi la carraia. Uhm…mah…Salgo in sella e parto, ci provo. Il prato offre un buon supporto e mi butto sulla discesa.
Sempre su prato evitiamo la parte “borotalco” della  carraia salendo su ripido pratone. Sbuchiamo al di la delle case e scendiamo verso la strada. Brutta sorpresa…la bellissima strada bianca che ci ha visto scendere (o salire) tante volte è diventata una liscia e nuovissima strada asfaltata. Anche qui…noooo..
Pazienza. Ci avviamo così mugugnando in direzione Vianino. Decidiamo di rischiare e tagliare per le carraie dietro il monte Ernicchio e al monte La Guardia. Troveremo sicuramente fango, speriamo nei prati che ci hanno aiutato sulla borotalco. Quando abbandoniamo la strada bianca il fango si fa sentire sulle nostre ruote. Dove possiamo optiamo per escursioni prative con buoni risultati, ma un improvviso campo arato ci costringe al sentiero fangoso. In salita sull’argilla che si attacca alle coperture si scivola. Do una occhiata al telaio della Merida che si va riempiendo di terra e decido di scendere e spingere i pochi metri che mancano al culmine della salitella. Più indietro Andrea ha la bici piena di fango e deve fermarsi a sbloccare le ruote. Dopo questo momento di impasse riusciamo a proseguire e ci infiliamo nel bosco provvidenzialmente amico. I pochi metri di slalom fra le piante ci evitano guai seri. Ora affrontiamo un lunga discesa su misto. Un pò di sassi, un po’ di asfalto, le bici ora corrono veloci ed è un piacere lasciarle andare veloci. Attraversiamo la strada che porta a Lusignani alto e scendiamo uniti verso una fattoria cui passiamo in cortile. Imbocchiamo ora una carraia che scende ripida. Sassi e terra viscida, erba bagnata ci fanno rallenatare e proseguire con cautela. Dopo un piccolo tratto fra gli alberi ora scendiamo a fianco di un prato su una carraia appena segnata. Il terreno è in buone condizioni e arriviamo ad una casa colonica senza problemi. Ci stiamo divertendo come i matti, la giornata è splendida e ci godiamo il bel tempo minuto dopo minuto. Su questo versante il sole batte caldo e non c’è vento. Sembra primavera. Anche i colori non sono a tema con la giornata. Purtroppo non ho portato la GOPRO. Come sempre me ne pento amaramente. Ora percorriamo una strada bianca che scende in un paesaggio quasi alpino. Poi entriamo in un bosco di pini montani. All’ombra del bosco la temperatura scende e l’umidità penetra velocemente nelle ossa. Niente paura presto ci riscalderemo a dovere.
Arriviamo velocemente in strada e ci avviamo verso l’imbocco della dura salita dell’Herpes. Appena più in la si intravvede il guado sul torrente Cenedolo. Andrea brucia dalla voglia di attraversare il guado. Lo accontentiamo e ne approfittiamo per andare a vedere l’imbocco della carraia che porta direttamente alla dorsale che sale al Carameto. Luca c’è l’ha nello stomaco….Arriveremo anche li….magari l’anno prossimo.
Torniamo sulle nostre pedalate rifacendo il guado, e dopo poche centinaia di metri giriamo sulla destra. Siamo all’inizio della durissima salita dell’Herpes.
Anche se all’inizio le pendenze non sono terribili, il terreno altamente sconnesso irto di sassi smossi ci da subito modo di sudare le proverbiali sette camice. Lentamente incominciamo a salire. E’ difficile avanzare in queste condizioni. La pioggia dei gg precedenti ha scavato canaletti nel mezzo della carraia, rendendo ancora più difficile la salita. Pian piano avanziamo. Luca è appena più avanti, Andrea ed io arranchiamo più indietro. Faccio appena in tempo a scorgere una sagoma li davanti ferma che la ruota posteriore slitta e devo scendere al volo per non cadere. Quello li fermo non è Luca che ci aspetta ma un cacciatore che sorride alla vista di ciclisti su quella salita così ostica. Con il fucile a tracolla, canna verso il basso, l’uomo ci incita a tenere duro. Provo a salire lungo il prato ma la terra assorbe le ruote e non si avanza. Intanto che aspetto Andrea, ne approfitto per pulire il cambio pieno di terra. Spingo la bici per qualche metro e riprovo a pedalare. Riesco nell’impresa per poco tempo, come il sentiero ritorna a salire e il terreno si arricchisce di sassi smossi, sono costretto a fermarmi. Vedo Luca nel prato che litiga con la catena e il cambio. Per salire ha provato la “via verde” ma il fango o qualcosa del genere l’ha bloccato. Ci fermiamo e puliamo il cambio posteriore e la catena del nostro socio. Nello zaino ho una bomboletta spray di olio pulente. Ne spruzzo un po’ per facilitare lo scorrimento del sistema di trazione. Sembra funzionare e Luca sembra riuscire ad avanzare. Lo seguo con fatica. Il prato finisce nei pressi di una casa. Torniamo fra i sassi. Per un attimo il sentiero si addolcisce e si riesce a pedalare. Per un attimo è  la parola giusta. Il sentiero torna ripido. Anche se il terreno appare liscio e ben pestato non riesco ad avanzare. La terra mista a ghiaia è molle e le ruote affondano come nel “pongo”. Non gliela fo.
Scendo, e, dopo un paio di tentativi falliti di ripartire, mi rassegno a spingere. Scorgo poco più in la Luca costretto alla medesima operazione. Ma siamo messi bene. In pochi metri siamo fuori dalla carraia e mettiamo le gomme sull’asfalto. Beato bitume! Il gruppo assai sudato ed affaticato si ricompone. Ora ci aspetta una durissima salita su asfalto, ma almeno la presa delle ruote sul terreno è garantita. Fra l’ammirazione di un gruppetto di anziani cacciatori riprendiamo la dura pedalata in salita. Il sole picchia sulla schiena scaldandola piacevolmente. Il gruppetto sgranato arriva in quel di Case Veronica. L’Herpes è terminato, Deo Gratias. Bene, anche questa è fatta. Ora dobbiamo solamente arrivare a casa. Qui di costa tira una bella arietta fresca che ci fa dire “brrrrr”.
Scendiamo per asfalto solo per un po’, poi nei pressi della trattoria abbandonata entriamo in sentiero. La terra bagnata rende viscido il percorso, le ruote tendono a scivolare a destra e sinistra, ma riusciamo a dominare i nostri mezzi. Qualche pozza a tradimento ci sporca volentieri. Usciamo dal boschetto e lasciamo alla nostra destra una grande fattoria. Scendiamo per ampia carraia in terra. Lasciamo correre le nostre ruote cercando di raccogliere meno terra possibile. Zigzagando e cercando di scegliere i punti migliori e più solidi scendiamo verso valle. Il divertimento è enorme. Anche questa volta, a dispetto del meteo stiamo riuscendo nell’impresa di mettere insieme una escursione valida e divertente. Sbuchiamo sulla stra di fondovalle che da Fidenza va a Pellegrino. Siamo nei pressi del mulino di Egola. Scendiamo al mulino dove Luca va a recuperare un po’ d’acqua. Poi scendiamo per strada fino ad imboccare la carraia che sale a Besozzola. Il fondo è compatto e si sale che è una meraviglia. Ben presto siamo nella piccola frazione e per strada saliamo su a Pietra Nera e da qui iniziamo a scendere verso Grotta. L’aria fredda e un venticello frizzante e dispettoso hanno pulito il paesaggio. Ci soffermiamo un attimo a guardare le alpi innevate la in fondo. Si intravvede il gruppo del Monte Rosa, il Baldo, più vicino, si mostra nel suo particolare profilo. Sotto, lo strato marroncino di smog, segnala la industriale pianura padana. Non si vorrebbe più scendere….ma dobbiamo tornare.  A Grotta imbocchiamo la solita stradina sulla sinistra e tagliamo per carraie e strade bianche, costeggiamo i campi da golf e scendiamo a “tutta birra” fino alla strada che da Salsomaggiore porta a Pellegrino. Ora possiamo rilassarci e far girare le gambe fino a casa….
Gran bella escursione…..amici…gran bella escursione….  

giovedì 17 ottobre 2013

Herpes (in discesa)

Questa primavera, nonostante le abbondanti piogge e le nevicate abbondanti ci siamo avventurati per sentieri percorrendo il duro percorso chiamato "Herpes" in discesa. Non ci siamo fatti mancare dure salite ma non era la stessa cosa. 

“Quelli che…il sabato mattina” sono tornati a raidare  come si deve e a ranghi completi. Era ora! Le previsioni, non orribili, ci hanno consentito di progettare una escursione lunga e avvincente, nonostante il terreno fosse in condizioni davvero disastrate. Il maltempo persistente, condito da 36 ore di pioggia battente tra giovedì e venerdì non lasciavano sperare gran che. La fiducia incrollabile di Luca ha il potere di mettere di buon umore la banda che, come al solito, parte dal solito posto al solito orario. Per l’occasione “spiano” il nuovo reggisella telescopico montato nottetempo (circa). I baldi giovani hanno deciso di portarmi a percorrere l’Herpes. Per questa volta solamente in discesa (meno male!) viste le abbondanti piogge appena terminate. Si sono raccomandati di portare la GOPRO : esibizionisti!!
Per arrivare a Castellaro c’è poco da scegliere. Molto “bitume” da pestare. Dove possiamo sgattaioliamo (meglio sarebbe : andiamo a cinghialare) su strade bianche o sentieri affidabili. Così da Cangelasio arriviamo a Faieto percorrendo la inghiaiata interna in controcorrente!
Infatti l’acqua scorre copiosa verso il basso creando, nella ghiaia smossa sinuosi ruscelletti che facendo “suonare” i sassi, crea suggestivi effetti sonori. Poi ancora asfalto fino ad Iggio e ancora su a Castellaro. Arrivando di costa ci affacciamo sulla Val Ceno e Cenedolo. Le nubi basse tendono ad aprirsi qua e la lasciando intravvedere i profili dell’appennino. Tanta neve ancora e, dal colore sembra molto, molto recente. Ora davanti a noi una strada in discesa: l’herpes! A vederla così non sembra niente di eccezionale. Lascio andare avanti i soci che conoscono il percorso e mi metto in scia. La strada, dopo un attimo di falso piano diventa piuttosto ripida e l’asfalto bagnato la rende assai scivolosa. Si va forte, anche troppo!
Attraversiamo un piccolo nucleo abitato e abbandoniamo il “bitume” per entrare in qualcosa che avrebbe dovuto essere una strada bianca. Abbasso velocemente la sella e seguo i soci. Non capisco se stiamo facendo mtb o torrentismo.
L’acqua piovana ha scavato solchi profondi e ai lati ha accumulato diversi centimetri di terra e sabbia. Per non piantarci restiamo al centro dei rivoli d’acqua e scendiamo in equicorrente, con l’acqua che, gelida, rinfresca le nostre parti più esposte. La discesa è lunga e divertente.
Ci stiamo abbassando velocemente e in breve arriviamo a lambire il torrente Cenedolo.
 Contenti come le pasque approdiamo sulla strada asfaltata, e ci avviamo verso Ponte Ceno, cercando la maniera più pura per rientrare in quota. Pedalando allegramente sulla strada, ben presto notiamo, sulla nostra sinistra, una stradina che sale ripida. Potrebbe portarci a destinazione, fin sulla costa. Interrogo, smanettando sulle cartine, il mio navigatore, e noto che, finita la strada,  per sentieri vari, si arriva in prossimità di Lusignani alto. Bingo!
Agli amici non par vero e partono. Arranco dietro di loro in una splendida pineta di dolomitica memoria. Ben presto la strada asfaltata finisce in una ampia strada bianca.
La pendenza cala e tiriamo il fiato. In una apertura del bosco davanti a noi si spalanca l’ampia valle, e bianchi di neve il monte Dosso e il Carameto si mostrano in tutta la loro bellezza. Un raggio di sole rompe il manto di nuvole e ci regala riflessi di incredibile bellezza. Questa visione ci appaga di tutte le fatiche fatte e da fare. Ad un gruppo di case, anche l’inghiaiata finisce ed imbocchiamo un ampio sentiero. L’iniziale falso piano ci illude. Appena dopo la curva ci attende una ripida salita; il terreno pregno d’acqua e irto di pietre smosse frena il nostro avanzare.
Zigzagando per prati limitrofi e bypassando il sentiero ufficiale, Paolo sale come camoscio senza scendere dal mezzo a pedali. Più umani, Luca ed io, spingiamop la mtb per la salita più ripida. Ne approfittiamo per rifiatare e mandar giù una barretta. E fin qui abbiamo scherzato…
Il bello viene ora.
Come da navigatore siamo nei pressi di Lusignani Alto. Luca, suadente, ci convince a salire per ampia carraia che aggira il monte S.Cristina e ci porta ad incontrare sentieri noti e già descritti in precedenza. Il nostro socio evita di discutere sulla quantità di fango che avremmo potuto trovare.
Dopo una secca salita il sentiero si inoltra nel bosco dove ampie impronte lasciate da trattori o dalle moto la dicono lunga sulle quantità di fango in gioco.
Perdo contatto con i soci e, mentre la GOPRO mi segnala la fine della batteria la mia ruota anteriore sprofonda in una buca d’acqua e melma fino al disco del freno. Con la pedalata della disperazione emergo e risalgo mentre i miei soci mi invitano a gran voce ad entrare nel bosco. Li seguo.
Mentre mi fermo a sostituire la batteria della GOPRO arriva sbandando un motociclista. Mi chiede se sono in difficoltà. Grazie a Dio no…Poco più in là si ferma a chiacchierare con i miei amici, che conosce perfettamente. Poi ognuno per la sua strada. Noi proseguiamo nel bosco. Seguiamo un appena accennato sentiero fra gli alberi che costeggia la strada ricolma di bianca melma argillosa. Sembra di essere nel parco dello Stirone. Stiamo cinghialando alla grande e ci stiamo divertendo come i matti. Tra bosco e pratoni riusciamo ad arrivare fuori dal fango . Con un ultimo sforzo arriviamo sulla strada bianca (?) e ora ci divertiamo in discesa. Lasciamo andare i mezzi a tutta incuranti degli schizzi di fango che ci pitturano faccia ed occhiali (il resto dell’abbigliamento è da lasciar perdere). Velocissimi arriviamo sulla strada tra Pellegrino e Varano Melegari. Scegliamo di arrivare sulla strada della costa, e per farlo cerchiamo la via più dura, anche se più breve. Prima su ripidissimo cemento, poi su sterrato impregnato d’acqua cerchiamo di raggiungere la strada sotto il santuario di Mariano. Sono alla fine delle energie. Quando mi accorgo della immensa fatica per un avanzamento ridicolo della ruota, scendo dalla bici e spingo. Sono pochi metri, ma sufficienti a farmi riprender fiato. Sporchi, stanchi ma felici percorriamo circolando la strada della costa, per poi scendere fino a Pietra Spaccata. Da qui deviamo in direzione Massari. Le bici corrono veloci sulla sterrata ormai libera dalla neve, spruzzando acqua in ogni direzione. A metà discesa giriamo a destra nel bosco. Questo tratto di sterrato non ci ha mai tradito, nemmeno nelle peggiori condizioni.
Anche questa volta ci consente una bella discesa in natura. Un ardito guado di un rigagnolo gonfio d’acqua e la successiva risalita su prato allagato concludono in bellezza la giornata della compagnia.

Alla fine, son quasi 60 i km percorsi per un bel 1600 m di dislivello, ma la cosa più importante è la splendida mattinata trascorsa in compagnia immersi nella natura. Grazie ragazzi….alla prossima avventura!!

Su you Tube al canale di Stefano Alinovi è possibile farsi una idea abbastanza precisa dell'escursione.


venerdì 11 ottobre 2013

Alpen maraton (Chatillon 07/07/13)

Prima di cominciare vi propongo ancora una piccola perla di tecnica di Fit Walking

Il piede svolge un ruolo molto importante.
Esso governa un po’ tutti i movimenti che gambe, bacino, tronco, braccia e spalle faranno nel corso dell’azione di fitwalking.
Il contatto del suolo con il tacco deve essere ben accentuato in modo da permettere al piede di compiere con eleganza il passaggio verso l’appoggio di piena pianta e la successiva spinta.
La posizione corretta del piede nel momento dell’appoggio a terra è leggermente esterna, posizione che sarà mantenuta sino al completo appoggio a terra sino al raggiungimento del massimo punto di spinta.
Torniamo a Chatillon dopo 3 anni. Ci eravamo fermati in quel paese in occasione della staffetta Europa- Compostela 2010. Avevamo parcheggiato il “camperone” in piazza e li avevamo sostato per una notte. Allora avevamo vissuto momenti strani e simpatici in quell’angolo di Vallee sormontato dalla più famosa S.Vincent.
Flora assidua consultatrice di siti di manifestazioni podistiche, mi comunica la sua decisione di prendere parte alla Alpen Maraton e di percorrerla in perfetto stile Fit Walking. Tento inutilmente di dissuaderla ripiegando sulla più breve “balconata dello Zerbion” di 30 km. Irremovibile la mia signora decide per l’ Alpen Maraton. 42 km con oltre 1300m di dislivello, non sono una bazzecola.
Preoccupato, non poco, acconsento. Entusiasta Flora mi snocciola tutta una serie di motivazioni sulla necessità di fare il percorso più lungo. Mi arrendo…
Predispongo il nostro Westfalia e di venerdì pomeriggio partiamo alla volta di Chatillon dove giungiamo in tarda serata e parcheggiamo il mezzo nell’area sosta camper appositamente attrezzata.
La notte trascorre così così, un caldo anomalo ci tormenta parecchio. Poi, confesso, la preoccupazione è notevole. Durante la nostra esperienza “francigena” avevamo conosciuto Palmira Orsieres, guida ambientale ed esperta camminatrice. Palmira è una persona speciale, e cogliamo l’occasione per salutarla. Impariamo che il sabato Palmira aveva organizzato una escursione nelle vicinanze. Per scaldare le gambe decidiamo di partecipare all’uscita. Pensavamo ad una gitarella, invece… capperi sotto sale….Abbiamo fatto una vera e propria escursione alpina.
Abbiamo visto cose stupende ed abbiamo conosciuto persone simpatiche, ma alla fine 7 ore di cammino con quasi 1000 metri di dislivello, il tutto con temperature da pianura padana….
Altra notte agitata dalla sete e dal caldo, dormita male… e l’alba ci trova pronti per colazione e partenza. Una coltre nebbiosa e una umidità irreale ricopre le cime dei monti che coronano la Vallee. C’è parecchia gente che parte con noi….molti competitivi, qualche non competitivo come me e Flora.
Pronti … via…e siamo fanalini di coda.
La cosa mi preoccupa poco ci sono ancora 41 km da percorrere e tutto il dislivello da fare…sono sicuro che ben presto cominceremo a riprendere qualcuno.

Qualche concorrente mormora che i km non siano 42 ma 38….meglio penso tra me e me.
Poi qualcuno parla di gps….ma come dice il buon GC Chittolini, i km si misura per terra e non in cielo. In effetti i boschi possono ritardare i segnali gps e i tornanti nel bosco possono confondere ancor più la traccia segnalata dallo strumento elettronico.
Appena fuori Chatillon iniziamo a salire, e il sentiero si inerpica decisamente. Forti del nostro “saper camminare” forti della nostra migliore rapidità di passo, cominciamo a superare sedicenti podisti che ci osservano tra lo stupito e l’invidioso.
Passandoli ci pavoneggiamo dichiarando le nostre qualità di Fit Walkers….e, al grido “perché noi sappiamo camminare” voliamo lungo la dura salita. In realtà lungo quei sentieri ripidi e sconnessi non si riesce a mettere in atto la tecnica tipica del FW, ma in compenso riusciamo a sfruttare al meglio la nostra abitudine a camminare veloci e con passo rapido.  Col caldo umido che opprime la vallata ad ogni ristoro ci fermiamo a bere acqua e, dove ci sono, integratori. Abbiamo sulle spalle uno zainetto leggero con il camel back pieno e con barrette e gelatine per nutrirci senza affaticare lo stomaco. Ai ristori non disdegnamo  qualche biscottino o pezzi di banana (ottima contro i crampi). Purtroppo per noi la salita termina.
 In discesa insistiamo, per coerenza filosofica, a praticare l’arte del cammino, quindi molti podisti, anche se non campioni, correndo ci risorpassano. Molti no. Accelero al massimo mentre Flora ha trovato un passo più economico. Non corre ma non cammina nemmeno, ma rende…
Il sole ha dissolto completamente la nebbia ed ora picchia sulle nostre teste come un martello.
Siamo su asfalto, e lo sentiamo tutto. Tiriamo spesso dai nostri camelback e ci abbeveriamo sovente ai ristori e  a tutte le fontanine che troviamo. Mano a mano che andiamo avanti proviamo una disparità notevole tra il kilometraggio segnato e quello dei nostri gps. I cartelli segnaletici segnano più km del gps…meglio, molto meglio!!

In realtà in discesa non ci hanno sorpassato in tanti, ora che il percorso viaggia con alternanza di secchi saliscendi, ora asfaltati, ora su sentiero, andiamo di pari passo con alcuni gruppetti di posdisti.
In salita avanziamo noi, in discesa vanno loro….
Il sole martella come un forsennato, per strada siamo noi e una ragazza, appena avanti a noi che corricchia. Si vede che soffre, ma si vede anche che non gradisce che due camminatori chiacchieroni le stiano alle calcagna e a volte davanti.
Andiamo di tira e molla continua con questa ragazza che, senza viveri, senza acqua supplementare soffre notevolmente. Noi ce la caviamo. Flora è in formissima, e attorno al 30simo km inizia a dar lei la cadenza. Non ho mai sofferto il caldo, ma oggi lo sento in modo particolare. L’asfalto non mi piace, vorrei correre per finire velocemente la corsa. Cocciutamente mi costringo al passo di FW.
Arriviamo alle porte di S.Vincent e invece di scendere a Chatillon risaliamo e ci ritroviamo su strade conosciute….Ma certo siamo sulla Via Francigena!
Ricordo chiaramente quando siamo passati di qui 3 anni fa. Andavamo in senso opposto…la giornata era piovosa e fredda e ci siamo fermati a mangiare sotto la tettoia della fermata dell’autobus per ripararci un po’! Che momenti ragazzi!! Ringalluzziti da questi ricordi acceleriamo il passo.  Ora si scende e arriviamo al controllo percorso cantando non ricordo quale canzone alpina…la ragazza del controllo ci guarda stranita, non sa se ridere o chiamare l’ambulanza. I colpi di sole sono terribili. La rassicuriamo sulla nostra salute mentale e fisica. Intanto approfittando della discesa la ragazza in bagarre con noi ci raggiunge e supera, ma appena dopo la strada risale e noi le siamo addosso…
Una santa persona ha messo una canna d’acqua corrente fuori della ringhiera del giardino…vera manna. Ci fermiamo a bere, e rinfrescarci la testa. Una vera goduria.
Risaliamo verso S. Vincent che attraversiamo lungo la via principale, i primi sono passati da tantissimo, ma non siamo nemmeno gli ultimi. Non tutti i turisti sono a pranzo, qualcuno ancora a spasso si ferma a guardare due che camminano”strano” e applaudono e incitano i concorrenti ormai stanchi. La battaglia con la ragazza continua. Flora ed io stiamo bene e andiamo circolando, vorremmo scambiare anche due chiacchiere con la nostra avversaria, ma codigna, quasi scontrosa, essa continua a lottare per sopravanzarci. Cosa gliene frega di starci davanti, noi non siamo in gara, siamo della non competitiva, mentre lei si…
Siccome sono dispettoso mi diverto ad accelerare e sorpassarla, lei reagisce e accelera anche lei.
Le sto tirando il collo. Siamo agli ultimi 2 km…scendiamo verso Chatillon…siamo sempre li…ce la stiamo giocando. Il nostro passo è ancora arzillo, la ragazza barcolla. Flora mi impone di rallentare e non andare a tirarle il collo. Va bene così….
Arriviamo comunque fra gli applausi….
Fa un caldo boia ho bisogno d’aria e di sedermi…Flora è gasatissima e continuerebbe ad andare 6 mesi….
Sono veramente vuoto e ho bisogno di bere e di aria fresca…mi gira un po’ la testa…Facciamo la doccia e va subito meglio…poi pian piano mi ripiglio e va giù bene anche il risotto con i funghi.
Poi ci facciamo stampare anche il diploma…un bel ricordo

E comunque nonostante tutto un bel 5h 50’ non sono male   

martedì 8 ottobre 2013

PRO…PRO…PROIBITO!!


Cantavano così, qualche anno fa i LitFiba.
Mai titolo di una canzone si addice al sentiero di cui parlerò .
E’ più che mai necessario fare un passo (meglio, una pedalata) indietro nel tempo.
Erano i primi tempi in cui pestavo sui pedali di una mtb. Abitavo ancora nella “bassa” padana e, per poter affrontare qualche sentiero “decente” caricavo il mezzo a pedali in macchina e mi spostavo fino ai piedi della collina.
Di qui partivo per le mie avventure. Non avevo navigatori, non avevo cartine, non conoscevo nessuno.
Partivo e basta, all’avventura, così, imboccavo un sentiero e lo seguivo. Tempi eroici, o quasi. Erano più le volte che, sconfitto, dovevo tornare sui miei passi e spingere la bici perché davanti a me trovavo il bosco fitto o il sentiero finiva miseramente in un campo.
Solitamente mettevo la macchina nei pressi di Varano Marchesi, e partivo alla scoperta del misterioso mondo della collina sotto la Marialonga. Spesso capitavo nei pressi di Salsomaggiore, e mi attraeva moltissimo il Kanate, ma mi sembrava una meta quasi irraggiungibile. Alcuni amici ne discutevano come fosse un posto da grandi bikers super esperti. Guardavo quel cocuzzolo coperto di antenne con soggezione.
Un giorno, mentre mi avviavo verso il valico di S.Antonio, per raggiungere Mariano e quindi la Marialonga, in località Pietraspaccata, notai uno stradello che menava a valle. Provai a seguirlo.
Dopo pochissimo mi trovai davanti una catena che sbarrava il passo.
Proibito!
Mi guardai attorno come un bambino che ruba la marmellata, e via, passai la bici di la dalla catena, e pedalare veloci.
Una rapida discesa e mi ritrovai nel mezzo del bosco. Non avevo idea  di dove sarei andato a finire.
Il tempo andava oscurandosi e minacciava temporale. Pur non essendo esperto capivo che farsi sorprendere dal temporale sarebbe stato veramente disastroso. Ciononostante andai avanti.
Allora pedalavo su una Lee Cougan front con una forcella veramente triste. Il sentiero inizialmente era evidentemente battuto da mezzi agricoli e seguirlo fu abbastanza agevole, poi il bosco si infittì. L’erba alta ostacolava la progressione e i lunghi rami delle “rase” (comuni rovi) si divertivano ad attaccarsi alla mia pelle rigandola di rosso. Il sangue misto al sudore mi rendeva veramente orribile.
Non c’era tempo per il dolore. Bisognava pedalare, il temporale si avvicinava. Più pedalavo e più mi addentravo nella collina, non sapevo bene dov’ero. Il sentiero sembrava interminabile.
Dapprima mi accompagnò il cinguettio degli uccellini, poi, incupendosi l’aria nemmeno più quello. Solamente il rumore delle mie ruote sul sentiero e l’ansimare del mio respiro che su quella salita era davvero forte.
Ogni metro mi metteva in difficoltà, i mezzi agricoli avevano scavato ampi solchi che obbligavano la mia marcia. Andare per terra era un attimo. Alla fine, superato un antico nucleo abitativo  con cappellina votiva, ora deserto,  una lunga discesa insidiosa mi riportava a rientrare nel mondo conosciuto. Ero arrivato sotto l’abitato di San Vittore. Ora conoscevo bene la strada per tornare alla macchina. Ero strafelice per l’impresa e nulla mi importò se la pioggia  prese a cadere copiosa. Ero felice e orgoglioso della mia mtb, e la scivolata che mi fece andare per terra scendendo da Case Mezzadri verso Varano, non mi fece nulla (a casa constatai che i segni erano bene evidenti e dolorosi).
Tornai a percorrere quel sentiero altre volte, con mezzi più performanti. Le difficoltà non cambiavano ma ero più sicuro e, soprattutto sapevo dove andavo a parare.
Un bel giorno ero li, con la solita espressione della scimmia che ruba le caramelle, quando, al salto della catena venni raggiunto da un fuoristrada.
“Proibito” mi dissero.
 Con fare sufficiente asserii che, vista la catena, sarei tornato indietro. Si misero a ridere e mi consigliarono di non fare quel sentiero soprattutto nei periodi di caccia. La zona era una nota riserva privata di caccia.
Stavo incominciando il mio lavoro di guida e di mappatura sistematica dei sentieri, e decisi che non avrei mai messo quel tratto su una cartina e non avrei dato a nessuno il tracciato.
Proibito!
Non tornai  per diversi anni.
Qualche tempo fa parlai del sentiero con la banda di “quelli che…il sabato mattina”.
Anche loro erano a conoscenza del tracciato e del fatto che fosse proprietà privata ecc…
Non lo avevano mai fatto.
Gira e rigira, parlane oggi, parlane domani…
L’altro giorno, discutendo del possibile tracciato dell’ escursione di sabato, tornò a galla il discorso del sentiero della “riserva”.
Siamo partiti decisi.
Rifare quel tratto di circa 6 km è stata una emozione grandissima. I ricordi erano un po’ appannati, ma in compagnia così, con una giornata calda e serena come sabato, non c’era problema alcuno.
Il percorso è stato bellissimo e divertente come le prime volte. Anche i miei compagni si sono divertiti moltissimo. Le difficoltà ovviamente si sono stranamente rimpicciolite. Mi sono divertito da matti.
Il percorso è un susseguirsi di saliscendi scorrevoli e piacevoli; la natura verde e in fiore ci ha accolto con il meglio dei colori.

Ho segnalato ai soci le piante di ciliege e fichi che potrebbero dare ristoro al biker in difficoltà energetiche.
Ma ora, con tutti i gel, barrette che ci sono … ma a me piacciono ancora ciliegie, amarene e fichi. Sarò vecchio …  
Nonostante le bici sofisticate che la tecnologia ci offre, il sentiero ha presentato comunque parecchie insidie. Le innumerevoli “carreggiate” lasciate da trattori e moto da cross insidiano la stabilità del biker che sottovaluta il percorso. Guardando il terreno abbiamo dedotto che questo percorso va necessariamente percorso solamente in regime di sicuro asciutto.

Il sentiero termina con una lunga discesa su strada bianca. Nonostante le insidie dovute ai numerosi colatoi per l’acqua piovana, lasciamo correre le bici a tutta.
Dietro una curva, all’improvviso ci  troviamo davanti una  catena tesa lungo la strada.
Proibito! E’ un avvertimento deciso.
Abbiamo tirato i freni alla morte. E’ andata bene. Si sentiva una gran puzza di pastiglie cotte, ed eravamo avvolti da un bianco polverone.
Bello bellissimo, ma l’escursione era ancora tutta da fare.
Abbiamo percorso a rovescio il tracciato di “A tutto Mariano” .  Quindi abbiamo risalito la ripida carraia che sale fino a Case Mezzadri e poi via verso Case Boscaini.
Dopo una prima parte su strada bianca per ripida asfaltata siamo arrivati sotto Mariano. E’ stato comunque un percorso produttivo. Si è cercato di individuare altri modi di scendere e risalire dalla “riserva”. Poi dalle parti di Case Boscaini ho individuato un esile sentierino assai invitante.
Gli escrementi di cavallo presenti sul tracciato mi hanno fatto pensare che la pestata non sia ad uso esclusivo di cinghiali e caprioli. La traccia merita una ricognizione approfondita. Magari mi ritroverò a dover spingere la bici per poter rientrare, come ai vecchi tempi … ma il bello della mtb è anche questo … l’esplorazione!!
IL sentiero che passa sotto il santuario di Mariano è sempre divertente, e anche se l’appetito iniziava a farsi sentire non abbiamo potuto fare a meno di godere degli splendidi colori di alberi e prati.
Che meraviglia.
Poi dalla strada della Costa abbiamo percorso in discesa il sentiero della riservetta. Sempre divertente e impegnativo. Le ampie buche piene d’acqua lasciavano incognito il modo di passare e la profondità è sempre preoccupante. Usciremo o non usciremo? Con le ruote bagnate e infangate affrontare i sassi ora sdrucciolevoli diventa sempre un problema.
Ci godiamo il nostro essere sporchi, testimonianza del giro fuori strada.
Invece di scendere dai soliti percorsi da Case Massari facciamo un’ultima deviazione.
Il single track è breve ma interessante, e termina con una volatona su strada bianca ed estremamente veloce.
Usciamo su asfalto a Pontegrosso. Qualcuno mormora una potenziale deviazione per finire in gloria la giornata. Un rapido sguardo a contachilkometro e orario sconsiglia questa eventualità.
Rientriamo verso Salsomaggiore con allegria e solerzia. 
L’ escursione è stata bella e divertente come sempre, ma la soddisfazione di aver portato i soci a fare un sentiero nuovo è stata grande.
Non so se inserirò il tracciato gps … ci devo pensare ….
Vedremo.
Ecco il link del filmato:
http://www.youtube.com/watch?v=CBQOyKezYXA

lunedì 7 ottobre 2013

vigneti e calanchi piacentini (+playlist)


Dopo il racconto già pubblicato ora è il momento di dare una occhiata alle immagini più significative della escursione . Purtroppo la giornata non era delle migliori e la luminosità è quel che è.
Nonostante questo si nota facilmente la grande panoramicità del percorso e la stupenda sequenza di saliscendi sulla costa di Bacedasco Alto
Buona visione


domenica 6 ottobre 2013

Tutte le mie bici

Sto pedalando tranquillamente immerso in questa serata nuvolosa, in attesa del WE piovoso. Sono arrabbiato con il tempo….il brutto arriva troppo presto….  La sera grigia tende a nascondere progressivamente  un paesaggio che appare e scompare ai miei occhi; contemporaneamente   sono innervosito dal fresco umido che penetra nelle ossa e raffredda tutto il mio poco essere. Pedalo con una certa energia per scacciare questa umidità maledetta, ma per un po’ di caldo accumulato, il sudore impregna gli strati interni del moderno vestiario, e alla prima discesa……..rattle rattle….si battono i denti
 “Sono proprio una mezzasega!!”  Penso mentre pesto in salita.
I nostri vecchi avevano un’altra tempra e un altro modo di affrontare le cose, le distanze.
Mio babbo da giovane andava in bicicletta da Fontanellato a Cortemaggiore dove lavorava come facchino.
Pian pur…non con le bici di adesso, non con le strade di adesso……
Erano “cancelli” di ferro con un unico rapporto (non ho mai cercato di approfondire per non demoralizzarmi) che viaggiavano normalmente su strade bianche.
Mio nonno nel ’44 aveva un cantiere dalle parti di Banzola in collina….e quando poteva tornava a casa nottetempo senza fanali (per via di “Pippo”) portando sul manubrio generi di prima necessità comprati a mercato nero (sovente 50kg di farina BIANCA)
L’altro mio nonno, nello stesso periodo andava al mercato ortofrutticolo a Parma su un curioso triciclo con carretto annesso, lo caricava di frutta e verdura e pedalava alacremente verso casa….
Il babbo del mio socio di arrampicate che faceva il “merciaio” andava a far spesa a Milano….
Partiva al mattino presto….e tornava a sera dopo aver fatto alcune fermate per osterie con il suo carico di merce sul portapacchi…………
“Madonna che mezzasega che sono” e lascio correre la tecnologica bici lungo un bel sentiero in discesa.
Le sospensioni lavorano bene e percepisco appena le asperità del terreno che corre sotto le ruote tassellate da fango che ho recentemente montate.
Mio babbo dice quando sono nato ero piccolo piccolo, brutto come la paura, e menavo le esili gambucce come un forsennato. Tutto un programma.
Della mia fanciullezza ho ormai dei ricordi molto sbiaditi, come sono le foto che me la ricordano.
Rigorosamente in bianco e nero, dai bordi orlati come decoro. Allora di foto se ne facevano veramente poche e solo in occasioni importanti.
Dalle foto si evince che già da allora ero dotato di mezzo a pedali: un triciclo rosso (quello lo ricordo…ma mi sa che erano tutti di quel colore).  Nelle sbiadite immagini dimostro già la propensione ai pedali e si vede bene la mia espressione felice sotto un cappellino di paglia tondo tondo che mi faceva sembrare un anolino.
 Da bambini si cresce velocemente, ed ecco che in occasione di non so quale ricorrenza mi arriva un biciclino da “femmina” completo di rotelle. Rosso pure quello.  Allegramente sperimento l’andatura a rotelle e poco dopo , senza rotelle. Sperimento così anche la sobria consistenza dell’asfalto della piazza di Fontanellato. Meno male che c’erano poche macchine. Diciamo pure che non ce n’erano e si fa prima.
Cominciano così i batticuore di mia mamma.
“Tina, Tina ho vist so fiol con la biciclèta c’l’andeva c’me ‘na spia…l’andeva tant, l’andeva tant….momenti al se masa!!!”
E a sera erano patacche!!
Già il sedere era rosso per le “scivolate” ….così la cosa diventava uniformemente colorata e dolorante.
Più avanti mi vergognai della bici da “femmina” che era diventata piccola e non la usai più…
 Essa, offesa, sparì.
Ero appiedato.
Buon per me che il mio fraterno amico Graziano (Ando per noi tutti) aveva una Velocina  22” rossa (e dai) e mi scarrozzava per il paese facendomi accomodare sulla canna… Meno male che ero piccolino e ci stavo benone.
In quinta elementare il nostro maestro, che era avantissimo, propose una gita in bicicletta fino a Fontevivo per vedere l’abbazia Cistercense.
Non volevo stare a casa… ero appiedato e molto triste. In qualche modo arrivò, in tempo utile, il mezzo a pedali.
Nuova fiammante, rossa, una Novator 24”….
Settimo cielo…
Questo lo ricordo bene. Solamente che ero piccolo e facevo troppa “polenta”. Il meccanico montò delle “riduzioni “ sulle pedivelle, e riuscii a pedalare. Montare e smontare  dalla bici troppo grande non era un problema … al volo, in corsa.
Tutt’al più sarei  caduto… poco male l’importante era non rompere i vestiti … per la pelle non c’era problema: ricresce!!
Con questo gioiellino ne ho combinate di tutti i colori…
Cominciava in quel tempo la mania del motocross….
La mia escursione odierma mi porta  nei pressi  della pista di motocross della Predella. La nebbia lascia intravvedere il tracciato … ricordo quando mio babbo ci portava a vedere le gare…. Caricava la 500 station wagon di ragazzini e si veniva fin qui. Allora un viaggio serio.
A  Fontanellato dove oggi c’è il centro sportivo con campo da calcio piscina e palazzetto dello sport  allora c’erano solo prati. Costruirono un tracciato per una gara di cross….
Ovviamente nei giorni successivi la gara, noi ragazzi,  gasati come le aquile, andavamo ad emulare i motociclisti con i nostri mezzi bipedalici a trazione umana.  Una torma di  scatenati a pedalare come i matti e fare i salti. Oggi si direbbe Bike park….allora “l’era un lavur da coion” .
Salta oggi, salta domani …nel bel mezzo di un salto mi ritrovo in mano il manubrio della bici, completamente sfilato dalla forcella…
Una “quadra” storica….
Al ricordo della botta mi viene istintivo frenare….
La rossa Novator 24” fu giudicata irreparabile e gettata a rottame.
Di nuovo a piedi…
Abitavo ormai appena fuori paese ed il buon Ando…non c’era più a darmi passaggi…lui ormai era un calciatore di livello….e io a piedi.
A 14 anni, quando agli altri cominciarono ad arrivare i motorini…mi arrivò la bici nuova…
Nuova no. Era un usato tenuto molto bene…Welker verde 26” …ma guarda te..con portapacchi (più un porta giornale che un portapacchi)
26” andava benone, ero  corto e al 28” (adesso ci sono le 29”) non arrivavo ai pedali, e non volevo riduzioni di sorta (ero già ridotto io).
Ero offesissimo, le ragazzine non mi “cagavano proprio” e non era poco.
Ma piuttosto che niente.
E la verde Welker senza un filo di ruggine è durata fino al 1989…fedelmente li, sempre pronta a tutte le cretinate. 
Ne ha viste un po’ di tutti i colori, compresi i piedini di mio figlio che si infilavano, ignari e morbidi, fra i raggi.
Allora correvo a piedi, correvo forte, non avevo tempo per la bici.
Fino a che, un bel giorno mi venne in mente di provare il Triathlon.
Ci voleva la bici da corsa.
E comprai la bici da corsa…non ricordo la marca, ma era bella, tutta colorata, un po’ Hippy come andava di moda allora. Ma era bella la più bella che c’era in giro. Aveva un  53/42 davanti e 11/23 dietro 14 velocità in tutto.
Leggero come ero in salita andavo che era una bellezza, tiravo il 42-19 dappertutto, erano poche le salite che esigevano il 21. Qualcuno diceva che era merito della tipo di trasmissione scentrica. Cioè il pedale non era al centro della corona. Io mi ci trovavo bene…e tanto fa.
Allora uscivo con un gruppo di San Secondo. Il capo truppa era Ercole Gualazzini, già corridore professionista ai tempi di Adorni…
Purtroppo un giorno infausto, tirando come un disperato, a testa bassa, controvento,  centrai  in pieno una Y10 , facendo anche dei danni notevoli alla macchina. Io avevo solo il naso rotto e il mignolino fuori posto (meno male avevo già il casco….san Selev). La mia splendida bici era orrendamente piegata.  Si salvarono le ruote (nemmeno da centrare quella anteriore) e il gruppo cambio.
Prontamente installai il tutto sulla nuova bici.
Una Bianchi Vento 602….viola. Io la volevo verde…ma non arrivava e andò bene anche viola… ce l’ho ancora, in garage, sui rulli per gli allenamenti uso spinning.
Ero forte, mai stanco, usavo la bici come allenamento per andare in montagna.
Sempre leggerissimo rampavo su e giù per le salite come il miglior Pantani.
Ma avevo i ghiacciai nella testa, le rocce da arrampicare, e chissà cosa stavo pensando quel giorno, scendendo ad oltre 50km/h sulla strada che va dal Passo di S.Antonio a Salsomaggiore.
Al km 18 non ho visto una buca… e sono finito a misurare asfalto. Li ho preso paura. Questa volta bici intatta.
Io, clavicola rotta, una settimana in ospedale e un paio di ferri nella spalla.
Un mese di fermo e niente Monte Bianco (rimandato solo di un anno giusto giusto)
Con quella botta e col pensiero rivolto alla montagna la bici fu messa in semiriposo.
Fino al giorno in cui un amico mi convinse a provare le ruote grasse.
E mi accompagnò ad acquistare il mezzo in un noto negozio appena fuori Piacenza.
Una Lee Cougan Duel Al.
Non so se presi una fregatura.
Fatto sta che da quel momento mi appassionai al fuori strada in modo sempre crescente.
Molto autodidatta mi andavo a cacciare in qualsiasi tipo di sentiero o carraia. Spesso era più il tempo passato a spingere la bici di quello speso a pedalare. Ma mi divertivo come un matto. Poi in effetti notai che la mtb era un ottimo allenamento per l’alpinismo.
E venne anche la morosa…
Avevo qualche soldino da parte e pensai di cambiare la mtb.
La mia vecchia la passai a mia figlia (che ce l’ha ancora) , regalai una Merida a mio figlio per la maturità (la macchina l’aveva già, non malignate) e presi una bella Lee Cougan  Revenge comp nera e rossa.
Bella bici.
Ero talmente gasato che regalai una nuova Duel Al anche alla morosa che manifestava l’idea di seguirmi per sentieri e carraie.
E quella piccola peste della morosa mi convinse a fare il corso da guida di mtb.
Grande botta morale. Mi accorsi che come biker valevo proprio poco. Ma mi impegnai e imparai, almeno un po’….e diventai  guida.
Poi  incontrai Gigi.
Gigi è un gran biker, soprattutto assai paziente. In estate lavoravo da lui e quando potevamo andavamo in giro con la mtb.
Un giorno mi mise in sella alla sua vecchia Specialized full. Fu amore a prima pedalata…
Tutto un altro andare.  Gigi mi portò in giro per la montagna modenese,  insegnandomi molto.
Con la grigia Specialized ho affrontato percorsi anche impegnativi con una discreta sicurezza.
Sono quasi  arrivato alla fine dell’escursione, e guardo la mia Merida One-Five-zero.  Una A M  un po’ pesante ma molto affidabile e robusta. Mi porta in giro ovunque.
Come è arrivata?
E’ stata una trovata della morosa.
Cioè, io avevo voglia di una bella bici, ma volevamo anche sposarci… e i soldi non c’erano…
La pensata geniale e piena d’amore è stata quella di fare la lista di nozze dal venditore di bici…
Non tutti i suoi parenti furono entusiasti , ma la bici arrivò…
Ed eccomi qui a pedalare con questa mtb con cui ho un rapporto speciale…un rapporto d’amore.
Spero che duri  a lungo!

Non è finita…..non solo l’amore….ma anche la storia delle mie bici…
Quest’inverno è stato disastroso per il tempo e di conseguenza anche per la mia mtb. L’indole cinghialesca del nostro gruppo ha procurato non poche problemi agli accessori montati sulla mia bella Merida.
Movimento centrale e cambio ne hanno subito di ogni….
Catena e pignoni e corone sono stati letteralmente cancellati dalla terra….
Con l’avanzare degli anni c’è anche l’esigenza di avere una bici performante, sicura ma anche più leggera…
Qualche tempo fa mi telefona il buon Roberto del Bici shop e mi chiede di passare da lui il prima possibile…
Entro in negozio e vedo in bella mostra una Scott Genius LT30….che bella….
Chiedo se hanno cambiato concessionario.
Assolutamente no! E’ passato il buon  Pasquale….che vuole cambiare mezzo….e ha chiesto di propormela…
La bici è in stupende condizioni….non un graffio….avrà fatto 1000 km a dir tanto…
E’ anche molto più leggera della mia….Provo la misura…perfetta, un paio di regolazioni e mi va a pennello….
“Quanto vuole?” Mi spara un prezzaccio…. Da prendere al volo….meno della metà del valore da nuova…
Ma per me sono troppi comunque….non adesso…mannaggia….
Ci lascio una bacinella di bava….Una stupenda AM leggera come una XC full….porco cane…i soldi e chi li ha fatti….
Per me son cmq troppi….
E  salta fuori ancora la mia signora. Con la sua tipica generosità spontanea si offre di pagarla….Si amore mio, va bene ma il conto in banca è sempre quello…
Mannoooo la pago con la mia liquidazione ….che mi deve arrivare… Mi faccio convincere troppo velocemente….e ora la Scott è mia…
Questa sera è rimasta in garage, ho attrezzato la Merida per la notte e fango, con fanali, e parafanghi…
La Merida si farà di nuovo un altro inverno….la Scott la terrò per i terreni asciutti e più impegnativi…attenderà la nuova stagione calda….


venerdì 4 ottobre 2013

Fit Walking a Fontanellato

Come sempre una piccola perla di FW tecnica prima di iniziare il racconto
In generale per tutti, anche per coloro che la useranno saltuariamente preferendo la camminata normale, acquisire i principi basilari della tecnica del fitwalking risulterà positivo, in quanto sarà possibile migliorare in modo evidente la capacità di gestire e governare i diversi aspetti del gesto del cammino, con indubbi vantaggi per quanto concerne l’efficacia del movimento, la sua economia e l’efficienza fisica.
La tecnica del fitwalking rappresenta l’apprendimento di alcune piccole azioni ed impostazioni che aiutano il corretto modo di camminare a trasformarsi in azione di maggior incisività, rapidità ed efficienza
.

Quasi un tuffo nel passato. A Fontanellato, oltre ad esserci nato, ho passato parecchi anni della mia vita. A Fontanellato ho iniziato a correre e, allenandomi su queste strade, sono riuscito ad ottenere qualche piccolo risultato. Correndo avanti,  indietro, attorno al bel paese dove i conti Sanvitale costruirono al stupenda Rocca con fossato, ho consumato scarpe e scarpe di ogni marca e foggia. Con l’amico Adriano, durante gli allenamenti solevamo scherzare sul fatto che dai e dai, stavamo scavando un solco sulla strada, e che prima o poi ci avrebbero fatto pagare le riparazioni.
Per anni abbiamo percorso oltre 3000 km l’anno con qualsiasi tempo e temperatura. A volte, stanchi speravamo in un mezzo diluvio per stare in casa a riposare. Poi, comunque non si resisteva e ci si trovava fuori a  correre e chiacchierare viaggiando in tranquillità ben sotto i 3’45” al km.
Altri anni, altri tempi, altra gamba!
Il tempo passa, io “emigro” a Trecasali, ma un paio di volte la settimana venivo ad allenarmi a Fontanellato. Non c’era più il mio amico Adriano ad accompagnarmi (problemi ai tendini), ma solo soletto calcavo e ricalcavo il solito solco ricordando gli anni passati. Poi ancora un trasferimento ed eccomi a Salsomaggiore a scavare nuovi solchi, a consumare altre scarpe.
Ora una nuova passione mi ha acchiappato, Il Fit Walking. Contagiato da mia moglie sto consumando nuove scarpe. Già, le scarpe da running non sono molto adatte al passo del Fit walker, ci vogliono scarpe un po’ più secche e leggere, come erano le mie vecchie Duellist o le Fighter gold. Le ho buttate qualche anno fa quando ho fatto S.Martino, non mi andavano più bene! Invecchiando ed ingrassando anche il piede si è modificato e…proprio non entrava più. Peccato.
Ieri sera grande riunione di famiglia, per il 30simo di mia nipote. L’ occasione rendeva necessaria una festa seria. Tutti al ristorante di nonna Tina (mia mamma) per la festa. Ci sarebbe stata anche mia figlia con la bambina (sono nonno anch’io…e che bella nipote che ho!!) e sarebbe passato anche Carlo junior (il casaro) dopo il lavoro. Flora ed io non potevamo mancare, ma non potevamo nemmeno saltare l’allenamento programmato. Le previsioni del tempo promettono acqua a catinelle per diversi giorni e freddo in arrivo. Non si può perdere nessuna occasione.
Quindi…quindi carichiamo le borse con la “roba” da allenamento in macchina e, dopo il lavoro, senza passare da casa, andiamo direttamente a Fontanellato a fare allenamento.
Detta così….cosa c’è di strano? Apparentemente nulla.
Quando mi ritrovo in braghette corte e scarpette, fuori, in strada, su quelle strade, mentre aspetto che il tecnologico Garmin acchiappi i satelliti, mi prende un po’ di groppo in gola. Una emozione strana, mista a nostalgia, mi attanaglia gola e stomaco mettendomi veramente a mal partito. L’allenamento prevedeva una prima fase di 10 minuti lenti per riscaldare le gambe. Meno male.
Per togliermi di dosso ogni tipo di imbarazzo scelgo un percorso completamente nuovo che non mi riporti a calcare l’antico solco (che tanto hanno ormai riparato…senza chiedermi contributo).
Il ritmo tranquillo mi lascia il tempo di guardarmi attorno e fare considerazioni e riflessioni.
Dio mio quanto tempo è passato! Il paese non è più lo stesso, è completamente cambiato. Ponti abbattuti, ponti costruiti, piste ciclabili nuove, centri commerciali, rotonde che non c’erano. La TAV. Il giro che facevo una volta non esiste più, e giocoforza devo passare per altre vie, più sicure se vogliamo, ma completamente straniere. O forse sono io lo straniero? Ormai il forestiero sono io. Non conosco più nessuno e nessuno mi riconosce. Tra i camminatori e/o corridori che incrociamo nessuna faccia nota. C’è un campo sportivo nuovo con tanti bambini che giocano e schiamazzano agli ordini di allenatori dalla voce tenorile. Una volta non c’era e noi sia andava a giocare  a Cannetolo, o al “campo vecchio”. Un vento teso e freddo fa accapponare la pelle….ma non è solo quello. Il passo non è veloce e mi concentro sul gesto tecnico. Come ci hanno consigliato i Damilano, cerco di far lavorare bene i piedi curando il tempo di appoggio posteriore, il piede deve lavorare fino in fondo quando spinge, non deve essere portato via troppo presto. Per far questo devo far lavorare bene le anche e non appoggiarmi sulla coscia col peso del corpo. Sguardo alto e avanti a me e braccia parallele per tener dritta la schiena che tende sempre ad incurvarsi ed ad andare avanti. Piegarsi in avanti significa necessariamente accorciare il passo….ed allora addio alla resa…
Flora di fianco a me sta faticando un po’ , ma viaggia. La giornata lavorativa l’ha un po’ provata e tarda un po’ ad essere efficace. Dopo i 10 min lenti affrontiamo i 5 min medio veloci. Aumentiamo le frequenze cercando di mantenere il gesto tecnico senza accorciare il passo. Mi sento andare bene, anche se  fatico un po’ a tener controllato il lavoro del piede. Il cronometro dice bene e tanto fa, ma non sono soddisfatto in pieno. Durante l’andatura lenta riesco a gestire bene il lavoro piede-gamba-anca, quando velocizzo il passo, solo saltuariamente riesco a produrre un gesto corretto (penso).
Flora parla poco e spinge sulle scarpe, per distrarsi un po’ comincia a fare strani discorsi sulla durata delle scarpe e sulla ipotesi di un nuovo paio a novembre. Sorrido e scuoto la testa, quando ripenso ai passati allenamenti. Allora con un paio di scarpe da allenamento (di solito da spendere poco) facevo oltre 2000 km e le scarpe da gara spesso mi duravano un paio d’anni. E comunque mi affezionavo alla mia scarpa e la tenevo fino all’ultimo, finchè non aveva evidenti buchi. L’andatura ora più lenta mi permette di guardarmi attorno. Siamo in una stradina di campagna tra Cannetolo, Priorato e Casalbarbato. Ora questa stradina finisce contro la A1. Una volta c’era il ponte che hanno spostato più verso il paese per farci la tangenziale. Poche macchine una volta, ancora meno adesso…un bel lavoro. Ricordo ancora dove avevo segnato i riferimenti per le ripetute (quasi mai fatte) , 200-400-800-1000… Sull’onda di ricordi veloci accelero l’andatura per altri 5 min allegri.
Mi sembra di essere tornato indietro nel tempo. Ma è solo una idea balzana, i kg in più si sentono e la gamba non è così elastica, la pelle denuncia gli anni. Ma spingo bene sugli appoggi e sull’onda dei ricordi aumento l’andatura e lascio un po’ indietro Flora che pur sta spingendo parecchio. Siamo sui 7 min/km niente male per dei camminatori!.
Giunti la in fondo, invece di girare per Casalbarbato, torniamo indietro. Il vento ora ci sbatte in faccia la sua fredda mano che sembra trattenerci. Passiamo di andatura tranquilla la strada Farnese, con i suoi ultimi olmi, mentre nei campi accanto si consumano gli ultimi atti di una vendemmia in famiglia. Ripassiamo il ponte nuovo sulla TAV/A1 e ora portiamo i nostri piedi a pestare la nuova ciclabile realizzata come “riparazione” per i lavori TAV. Tutto sommato è venuto un buon lavoro.
Il nostro passo “tipo marcia” incuriosisce i camminatori infreddoliti che incontriamo. Già coperti di tute e piumini, guardano i due sgambettatori in braghette e maglietta. So benissimo cosa pensano, ma la cosa non ci tange. Continuiamo il nostro lavoro fatto di variazioni. Arriviamo fino all’area sosta camper e giriamo indietro. Un cane fuori da un camper ci saluta a modo suo, così come il suo padrone tedesco che brinda con birra al nostro passaggio. L’allenamento volge al termine, e di passo tranquillo ci avviamo a casa dei miei.
Doccia calda e ora aspettiamo i commensali, festeggiata e festeggiatori….grandi e piccini.
L’allenamento ci ha aperto lo stomaco, le tensioni della giornata lavorativa si sono sciolte nell’aria fresca della sera…. Speriamo che arrivino presto.