mercoledì 13 novembre 2013

Pedalando fra 3 fiumi



Una tranquilla pedalata che ci porterà a viaggiare sugli argini di Tre Fiumi: il Po, il Taro e il torrente Parma.  Il percorso, interamente pianeggiante, si snoda interamente su piste ciclabili in sede propria e strade a bassa velocità e percorrenza. Si potranno respirare atmosfere tra loro contrastanti e nello stesso tempo stranamente interconnesse. Dallo sfarzo del Palazzo Ducale di Colorno alla scarna essenzialità del mondo rivierasco del Po, dove il fiume forgia l’uomo, lo attrae e lo lega a se per sempre. Le terre di Don Camillo e Peppone faranno riaffiorare i racconti di Guareschi, edulcorati e resi famosi nei films con Cervi e Fernandel. Un tranquillo traversante ci porterà sull’argine del torrente Parma . Questo scorbutico corso d’acqua, famoso per le sue piene velocissime ed impetuose, ci accompagnerà verso la città di Maria Luigia in un curioso mix di antico e moderno. Da un lato pioppeti e colture, dall’altro capannoni industriali e automobili. In mezzo noi, col desiderio di ritrovare antiche sensazioni. Il viaggio termina alla stazione FFSS di Parma . Potremo rientrare a Colorno via Treno oppure (per chi ha la mtb) percorrendo interamente l’argine del torrente Parma come descritto nell’itinerario Parma- Colorno in mtb.
Questo tracciato è percorribile tutto l’anno.


Come base di partenza, in quel di Colorno, abbiamo stabilito la grande piazza antistante l’ingresso del Palazzo Ducale .
Già residenza estiva di Francesco Farnese, poi dimora prediletta di Don Filippo di Borbone e della moglieLouise Elisabeth, figlia di Luigi XV di Francia, che la rinnova e l'arreda sul nobile modello di Versailles, e ancora abitata da Maria Luigia d'Austriafino alla metà dell"Ottocento, è stata inaugurata come attrezzata sede di esposizioni di prestigio internazionale nel 1995, con la mostra dedicata al collezionismo farnesiano. 
Un complesso e lungo progetto di restauro, dovuto alle cure dell'Amministrazione provinciale di Parma e del Ministero dei Beni Culturali tramite le Soprintendenze competenti, ha salvato lo stabile da uno sta to di assoluta fatiscenza, ne ha adeguato gli standard di sede espositiva, ma sopratutto ha consentito di riscoprirne il fascino di regale dimora settecentesca, incastonata come una pietra preziosa nella pianura padana. E oggi è completata dal recupero di recente concluso del parterre all'italiana, che ne costituisce la fresca cornice fiorita.
Proprietaria della Reggia di Colorno, la Provincia ha avvertito tutta la responsabilità di tramandare una storia secolare, la cui importanza ancora oggi si percepisce nella bellezza della sua architettura e di quanto è in essa contenuto.

Al programma dei restauri - che continuano da tempo sulla grande mole della Reggia, grazie all’impegno costante della Provincia e al concorso di altri soggetti, quali la Regione Emilia Romagna e il Ministero per i Beni e le Attività culturali - è stato affiancato un progetto d’uso, che ha restituito una funzione pubblica all’intero complesso.
Un regolamento ha fissato le condizioni per l’utilizzo temporaneo - da parte di chiunque ne faccia richiesta - degli spazi agibili della Reggia Palazzo.
E’ invece stabile la presenza della biblioteca comunale di Colorno e delle associazioni CIDIEP e GisForm, impegnate in attività scientifiche e formative.
Centro di eccellenza nella vita culturale parmense, la Reggia di Colorno ospita mostre e iniziative musicali nella cappella ducale di San Liborio, ricchissima di arredi di squisita fattura settecentesca.
E’ stato recentemente riaperto al pubblico il giardino storico della Reggia, appena restaurato. Ogni anno, a primavera, viene allestita la Mostra dei Fiori "Nel Segno del Giglio", importante esposizione florovivaistica a livello nazionale, che registra la presenza dei più prestigiosi operatori del settore”.
Passiamo l’antico ponte sul torrente Parma (ed ecco che abbiamo subito a che fare con l’acqua) in direzione nord e subito dopo giriamo a sinistra per via Du Tillot. Alla fine della via, al semaforo andiamo dritti per via Filippina. Pochi metri e, seguendo le indicazione cicloturistiche (Parma – Po), giriamo a sinistra per strada Pelosa.
Siamo appena partiri e siamo già in aperta campagna. Già il traffico e la confusione sono lontani dal nostro tranquillo pedalare. Può passare qualche auto, qualche trattore, ma il tutto assume altre valenze altre velocità. Siamo ancora “freddi” quando si presenta la prima asperità di questo percorso interamente pianeggiante: il cavalcavia sulla nuova tangenziale. Guardiamo dall’alto in basso auto e TIR che sfrecciano veloci e continuiamo ad osservare la campagna popolata da fagiani e lepri e lungo i fossi grasse nutrie mangiano incuranti del nostro passare. In località Sanguigna, al bivio giriamo a sinistra. Poco più avanti sempre sulla nostra sinistra potremo osservare la famosa Grancia Benedettina di Sanguigna, ora azienda agrituristica.
“Quella che oggi è una moderna azienda agricola, fu per molti secoli una grancia benedettina.
Quando attorno al 1000 una delegazione di monaci del monastero di Parma arrivò qui, questa terra fatta di foresta e acquitrini, periodicamente inondata dal Po, era luogo ideale per allevarci suini e ovini allo stato brado, ricavare legname, argilla e pesce, e aprirsi un approdo sul fiume. Nel
 1143 Papa Lucio II in una pergamena, elencando i beni del Monastero, parla già di Ecclesiam sancti salvatoris de sanguineo cum castro et curte. Dunque i monaci vi fondarono subito una chiesa, ancora oggi consacrata e decorata con affreschi quattrocenteschi, e realizzarono fortificazioni di cui rimangono alcune tracce.

La grancia cominciò così a stagliarsi al centro di una corte di terreni progressivamente bonificati, come mostra una mappa cinquecentesca in cui il complesso risulta già quasi perfettamente corrispondente alla struttura odierna. E’ all’interno di queste strutture agricole, un tempo sparse su tutto il territorio parmense e rette dai monaci, che furono messe a punto le ricette dei nostri prodotti tipici con particolare riferimento al formaggio Parmigiano-Reggiano. Con Napoleone prima e con l’unità d’Italia poi, i monaci hanno lasciato il posto a proprietari privati fino ad arrivare, negli anni ’60, alla famiglia Tiberti.”
Abbandoniamo la strada asfaltata ed affrontiamo la seconda asperità della giornata: la salita sull’argine del Po. Non sembra ma è ripida!
L’argine non è asfaltato ma il fondo è comunque assai agevole e ben pedalabile da qualsiasi tipo di bicicletta per cicloturismo. Siamo sulle rive del Po. Il grande fiume scorre tranquillo e sornione un po’ più in là dopo i boschi a pioppo del golenale.
“Il Po è un fiume dell'Italia settentrionale. La sua lunghezza, 652 km[1], lo rende il più lungo fiume interamente compreso nel territorio italiano[2], quello con il bacino più esteso (circa 71.000 km²) e anche quello con la massima portata alla foce, sia essa minima (assoluta 270 m³/s), media (1.540 m³/s) o massima (13.000 m³/s).
Ha origine in Piemonte, bagna quattro capoluoghi di provincia (nell’ordine Torino, Piacenza, Cremona e Ferrara) e segna per lunghi tratti il confine tra Lombardia ed Emilia-Romagna, nonché tra quest’ultima e il Veneto, prima di sfociare nel mare Adriatico in un vasto delta con 6 rami. Per la maggior parte del suo percorso il Po scorre in territorio pianeggiante, che da esso prende il nome (pianura o valle padana).
In ragione della sua posizione geografica, della sua lunghezza, del suo bacino e degli eventi storici, sociali ed economici che intorno ad esso hanno avuto luogo dall'antichità fino ai giorni nostri, il Po è riconosciuto come il più importante corso fluviale italiano.
Il fiume Po era geograficamente conosciuto già ai tempi della Grecia antica col nome di Ἠριδανός Eridanós (da cui il latino Eridanus e l'italianoletterario Eridano); in origine indicava un fiume mitico che sfociava nell'Oceano, ma solo in seguito venne identificato con il Po. Le prime fonti furono citate dallo storico Polibio nel II secolo a.C., dove Eridanós era figlio di Fetonte, nella mitologia greca, caduto nel fiume durante una gara di bighe o carri, tanto da attribuirgli anche la porta dell'Ade, cioè gli inferi, secondo la mitologia greca. Sempre secondo altre leggende greche, Eridano fu il figlio del titano Oceano e Teti.
Tuttavia, questo nome ha radici ancor più antiche poiché, sia in 
accadico che in sumericoEridu voleva dire luogo o città di comando presso un fiume, ad esempio una omonima antichissima città mesopotamica, risalente addirittura al XX secolo a.C.. Parimenti, altre fonti storiche narrano che vi fu una piccola Eridu anche nei pressi del Delta del Po, sul Mare Adriatico[4]; d'altra parte, il nome Eridanós contiene l'antichissima radice semitica (*rdn), che è comune ad altri nomi di fiumi quali, ad esempio, Rodano, Reno, Danubio, Giordano; anche in Grecia infatti, esiste un fiume Eridanos omonimo, quello che bagna la necropoli di Ceramico, vicino ad Atene. Le radici rd e rdn, in tutte le Lingue semitiche indicavano sempre una città, località o regione presso fiume.
Presso i celto-liguri, il vecchio Po fu invece chiamato Bodinkòs o Bodenkùs, da una radice indoeuropea (*bhedh-/*bhodh-) che indica "scavare", "profondo", la stessa da cui derivano i termini italiani "fossa" e "fossato", indicando così tutta la depressione geografica della zona fluviale padana.[5] Quindi, l'antico nome latino Padus - da cui l'aggettivo padano - deriverebbe, secondo l'opinione più diffusa, dalla stessa radice di bodinkòs; secondo altri però, deriverebbe da un'altra parola celto-ligurepades, indicante una resina prodotta da una qualità di pini selvatici particolarmente abbondante presso le sue sorgenti.
Il nome italiano attuale di Po deriva quindi, dalla contrazione del latino Padus > Pàus > Pàu > .
In diverse lingue slave (
cecoslovaccopolaccoslovenoserbocroato) ma anche nelle lingue romanze, quali il romeno, spesso si usa ancora chiamare questo fiume Pad o Padus.
Parimenti, negli aggettivi di 
lingua italiana, che solitamente ereditano la vecchia radice latina, esistono ancor oggi le parole paduanopadanopianura padana, fino a Padania, cui utilizzo si è maggiormente diffuso a partire dagli anni novanta col movimento politico della Lega Nord.
Il Po attraversa con il suo corso gran parte dell'Italia settentrionale, da ovest verso est percorrendo tutta la Pianura Padana.
Sulle sue rive abitano circa 16 milioni di persone e sono concentrate oltre un terzo delle industrie e della produzione agricola italiana, così come oltre la metà del patrimonio zootecnico. Ciò rende il Po e il suo bacino una zona nevralgica per l'intera economia italiana ed una delle aree europee con la più alta concentrazione di popolazione, industrie e attività commerciali.
La sua sorgente si trova in Piemonte in provincia di Cuneo sulle Alpi Cozie e precisamente in Località Pian del Re (comune di Crissolo) ai piedi delMonviso (3.841 m), sotto un grosso masso riportante la targa che ne indica l'origine. Arricchendosi notevolmente dell'apporto di altre innumerevoli sorgenti (non è errato affermare che "il Monviso stesso è la sorgente del Po"), prende a scorrere impetuoso nell'omonima valle.
Da qui sbocca in pianura dopo appena una ventina di km lambendo i territori della città di Saluzzo. In questo tratto vari affluenti arricchiscono la portata del fiume che entra in breve nella provincia di Torino attraversandone lo stesso capoluogo. A Torino il fiume, nonostante abbia percorso solo un centinaio di km dalle sorgenti, è già un corso d'acqua notevole con un letto ampio 200 m e una portata media già prossima ai 100 m³/s.
Con andamento verso est, costeggia poi le estreme propaggini del Monferrato giungendo nella piana Vercellese dove si arricchisce dell'apporto di importanti affluenti come la Dora Baltea e la Sesia. Piegando con corso verso sud, continua poi a lambire in sponda destra il Monferrato in provincia di Alessandria, bagnando le città di Casale Monferrato e Valenza (Italia). Qui funge anche da confine regionale tra Piemonte e Lombardia cominciando ad assumere dimensioni maestose.
Presso Bassignana, il fiume punta definitivamente verso est per merito anche della forte spinta del Tanaro, suo principale tributario di destra. Dopo questa confluenza il Po, ormai possente nella portata (oltre 500 m³/s), entra in territorio lombardo scorrendo in provincia di Pavia. Pochi km a sud del capoluogo pavese il fiume riceve il contributo essenziale del Ticino, suo principale tributario per volume d'acque, diventando così navigabile (grazie alla sua portata ora di oltre 900 m³/s) anche da grosse imbarcazioni sino alla foce.
Dopo questa confluenza il fiume prende a scorrere per parecchi km nella zona di confine tra Lombardia e Emilia-Romagna, bagnando città importanti come Piacenza e Cremona, scorrendo all'interno della provincia di Mantova, ricevendo contributi notevoli dagli affluenti alpini Adda, Oglio e Mincio e moltissimi altri fiumi minori provenienti dall'Appennino che ne accrescono la portata ad oltre 1.500 m³/s.
Giunto infine nella zona di Ferrara il fiume scorre "pensile" sul confine tra Veneto (provincia di Rovigo) ed Emilia-Romagna, nella regione storica delPolesine.
Qui il fiume inizia il suo ampio delta (380 km²), dividendosi in 5 rami principali (Po di Maestra, Po della Pila, Po delle Tolle, Po di Gnocca e Po di Goro) e 14 bocche; un ulteriore ramo secondario (il Po di Volano) che attraversa la città di Ferrara, è ora inattivo. Il grande fiume sfocia quindi nel Mare Adriatico, attraversando territori appartenenti ai Comuni di Ariano nel Polesine, Goro, Porto Tolle, Taglio di Po e Porto Viro.
Il delta del Po, per la sua grande valenza ambientale, è stato dichiarato patrimonio dell'umanità dall'UNESCO.
Nel suo corso in pianura il Po si divide spesso in diversi rami formando diverse isole fluviali, la più grande delle quali (escludendo quelle presenti alla foce) è l'Isola Serafini, situata nei pressi della foce dell'Adda a Castelnuovo Bocca d'Adda, ma estesa circa 10 km² all'interno del comune di Monticelli d'Ongina.
Complessivamente il Po attraversa (dalla sorgente alla foce) 13 province: Cuneo, Torino, Vercelli e Alessandria (regione Piemonte), Pavia, Lodi,Cremona e Mantova (regione Lombardia), Piacenza, Parma, Reggio Emilia e Ferrara (regione Emilia-Romagna) e Rovigo (regione Veneto). Sono 183 i comuni rivieraschi (che toccano le sponde del fiume) appartenenti alle 13 province rivierasche del Po”


La strada bianca ci guida tranquilla sull’argine fra pioppeti e chiaviche di bonifica. Sono tante le carraie che scendono nel golenale fra i pioppeti. Spesso sono ingannatrici, e si fermano nel mezzo del bosco o davanti ad un campo, altre volte collegano fra loro i diversi boschi e le diverse colture. Sono comunque da evitate assolutamente dopo le piene del Po o dopo lunghe piogge.
All’altezza di Coltaro  la ciclabile ritorna ad essere asfaltata e può essere percorsa da qualche automezzo.


Il nome sembra derivare dal latino Caput Tari, dato dal fatto che Coltaro si trovava probabilmente tra i fiumi Po e Taro, in corrispondenza della foce di quest'ultimo, che oggi si trova più ad ovest.
Le prime notizie si hanno in un placito di Ottone III di Germania del 5 aprile 989 al Vescovo di Parma Sigifredo II: si tratta di una conferma dei diritti della sua Chiesa su Borgo San Donnino, sulla Badia di Berceto, sulla Città di Parma per tre miglia intorno alle mura e di altri privilegi "juxta acquae alveum e Capite Tari usque ad Bovem cursum". In seguito in un atto di donazione di una corte della contessa Ferlinda, datato 6 settembre dell'anno 1000, si fa riferimento a Coltaro e ad altri paesi del comune di Sissa.
In un documento del 1080 Coltaro è ricordato come un'isola e già nel 1152 si trovano notizie di alluvioni.
Successivamente, nel 1195, l’imperatore Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa, confermò al Vescovo di Parma i diritti e i privilegi della Chiesa di Parma “et in aliis terris in Coltaro, in Sissa, in Pizo e in Palasone”. Nel XV secolo, per intercessione dei monaci benedettini di Sanguigna, il Governatore di Parma concede il beneficio delle “Comunaglie” agli abitanti che avevano innalzato alcune opere difensive della loro vasta Corte, seriamente minacciata dalle acque del Po. Tracce delle prime divisioni dei terreni si trovano in una mappa del 1588. Una ordinanza dello Stato Parmense del 1715 stabilì che le terre, che fossero in seguito venute a formarsi, dovevano appartenere agli abitanti del luogo.
Con decreto del 30 settembre 1820 la Duchessa Maria Luisa d'Asburgo-Lorena stabilì le norme per la suddivisione di dette terre alluvionali:



 Noi Maria Luigia principessa imperiale e arciduchessa d'Austria, volendo esaudire le preci degli abitanti della Villa di Coltaro abbiamo determinato che le comunaglie possono essere divise tra gli abitanti di quel comunello che ivi abbian casa propria ed in essa faccian fuoco, od antichi originari d’esso Comunello, che hanno per infortunio perduto la casa »

Altri articoli stabiliscono che ogni famiglia poteva godere di una sola comunalia, che chi lasciava il paese perdeva il diritto all’usufrutto e che chi avesse perso, a causa dell’alluvione il proprio pezzo di terreno,
avrebbe avuto successivamente il primo appezzamento nuovamente formatosi o resosi libero. Vi era inoltre regolato il diritto alla successione.
Le inondazioni non furono le sole tragedie che colpirono gli abitanti del paese, ma anche le epidemie di peste che portarono morte e povertà nel 1348, nel 1361 (allora la pestilenza durò ben 6 mesi) e nel 1629, quando l'epidemia interessò quasi tutta l'Italia settentrionale, con particolare riguardo alla Lombardia.”


Viaggiamo sull’argine del Po ancora pochi chilometri ed arriviamo a sfiorare le acque del fiume.
Siamo alla Nautica di Torricella
dove un parco giochi, ristorante, piscina, attracco per barche e barconi sono un riferimento importante per le popolazioni rivierasche. Non si può che scendere un attimo dall’argine per salutare il Grande Fiume di Guareschiana memoria. Continuiamo sull’argine ancora per poco. Passiamo una grande cava e giriamo a sinistra per entrare nell’abitato di Torricella .
“La piccola frazione del Comune di Sissa ha origini lontanissime nel tempo. Infatti la presenza di terremare nei pressi di Torricella documenta la presenza dell’uomo in quel sito, come viene segnalato nella Carta topografica delle terremare (Pigorini e Strobel, 1864, tav. IX). Sulla base dei materiali disponibili il sito risulta dunque attivo nel XIII sec. A.C.  Più difficile è ipotizzare l’effettivo impianto dell’abitato. Comunque anticamente il villaggio, per la sua vicinanza al Po, svolse un ruolo di qualche rilievo tra il Po e il Taro.
     Dal 
“Vocabolario topografico dei Ducati di Parma, Piacenza e Guastalla” di Lorenzo Molossi, edito in Parma dalla Tipografia Ducale 1832-1834, si traggono le seguenti notizie storiche.
     “TORRICELLA, villa del Comune di Sissa in riva al Po, distante miglia 1 ¾ circa all’est dalla foce del Taro, 2 al nord nord-est dal capoluogo, 16 al nord nord-ovest da Parma. La parrocchia è arcipretura pievana di libera collazione. Popolazione 686. Vi risiede un Sott’ispettore di Finanza ed una Dogana confinaria. Pel passaggio del fiume vi si tengono un porto e due battelli.
     Il castello, sì nominato nelle Istorie, che quivi sorgeva tra il Po e il Taro, e che tuttavia gagliardo reggevasi in piedi nella metà del XVI secolo, fu per le acque rovinato ed oggidì non ne apparisce orma. Fu posseduto dai Terzi. Presidiavanlo i Veneziani nel 1427, allorquando Filippo Maria, duca di Milano, lo fece stringere ed assalire dalla parte di terra e da quella del Po. Resisterono essi con molto vigore, ma alfine dovettero rendersi. Secondo l’Angeli, il duca Filippo Maria lo vendè a Pier Maria Rossi; rovinata questa famiglia, passò agli Sforza. Appresso lo ebbe Alessandro Sforza, conte di Pesaro, al cui figlio Costanzo d’Aragona fu assegnato in feudo nel 1475 dal duca Galeazzo Maria. Morto Costanzo, continuarono a possederlo Camilla, vedova di lui, e Giovanni, suo figlio; ma Lodovico XII, re di Francia, conquistato il Milanese, ne fece dono con Atto dell’11 Novembre 1499 ai fratelli Angelo, Pietro, Paolo e Francesco Simonetta, i discendenti de’ quali lo hanno poi sempre posseduto con titolo di Contea.
    Anche nel 1551 quel castello, essendo stato ben munito da Ottavio Farnese, resistè ai colpi delle imperiali artiglierie.
     Vi fu un Convento di Minoriti fondatovi nel 1606 dai Simonetta.
     Torricella fu patria ad Alessandro Gaboardo, letterato di vaglia che fiorì nel principio del secolo XVI, zio ad un Francesco Cardani della stessa terra, che non mancò né pur esso di lettere”.”

Atraversiamo il piccolo abitato rivierasco e per strada asfaltata andiamo in direzione di Sissa.
Entriamo nel paese di Sissa. Ci dirigiamo verso il centro storico che attraversiamo con poche pedalate. Lasciamo alla nostra sinistra il parco della Montagnola e la Rocca dei Terzi.
“Probabilmente il castello a difesa del feudo di Sissa era già presente nell'XI secolo, forse lo stesso conquistato daiTerzi all'inizio del Trecento, munito al punto da resistere anche ai tremendi assalti dei Rossi all'inizio del secolo successivo, ma non allo smantellamento voluto dalla Repubblica di Venezia in seguito al suo intervento a sostegno dei Terzi (1424).

Della costruzione primitiva venne mantenuto il mastio ma abbattute le mura, e ricostruito il tutto in chiave assai più residenziale nel 1440. La rocca subì saccheggio nel 1551 durante nuovi scontri fra Rossi e Terzi, che videro la prevalenza ancora una volta di questi ultimi, destinati a governare su Sissa fino al 1758.
Gran parte dell'aspetto attuale della rocca è frutto di una ristrutturazione settecentesca che ha collegato l'antico torrione-mastio cinquecentesco con i corpi residenziali laterali facendogli assumere l'aspetto di un palazzo signorile.

Il mastio conserva ancora l'aspetto antico, con caditoi e beccatelli; è scomparso il ponte levatoio; le parti settecentesche si notano negli inserimenti in cotto (finestre, fasce marcapiano, scalette, bugnati). Interventi di restauro recente sono avvenuti a livello della scala laterale a est (ricostruita negli anni '50 del XX secolo) e lo scalone d'ingresso, che nel 1986 è stato completamente rifatto in cemento armato e legno. 
All'interno si trovano vaste aule settecentesche con volte a vela e a crociera (una delle quali, con l'affresco del Giorno che scaccia la notte di Sebastiano Galeotti) funge da sala consiliare. Medaglioni ovali a soggetto mitologico corrono lungo le pareti dello scalone rifatto in marmo. Al primo piano si trova l'atrio con un Ganimede rapito sul soffitto. Il resto delle decorazioni sparse sono lacerti.

In una stanza è custodito un orologio esemplare di indiscusso valore, in ferro forgiato a due treni, restaurato e perfettamente funzionante: al tempo fu posto sulla torre e poiché a carica manuale richiedeva la presenza costante di un addetto. La campana dove batteva le ore è datata 1548 ma l'orologio è senza dubbio di parecchi anni più vecchio.”

In fondo a Via Matteotti giriamo a sinistra per via Minzoni e poi a destra per via Grancia.
Troveremo le indicazioni per la ciclotaro.
Ci vuol poco tempo ad uscire dal piccolo paese. Andiamo in direzione della frazione di Palasone .
Proseguiamo fra le ville della periferia sissese e giriamo a destra sempre in direzione Palasone. Circa 800m dopo anziché girare per la frazione Palasone andremo dritti puntando all’argine del fiume Taro davanti a noi. 200 m dopo pieghiamo ancora a sinistra. Ignoriamo la strada che torna verso Sissa e poco dopo andremo ancora a destra per salire sull’argine del fiume Taro. In caso di errore il consiglio è quello di salire dove si può sull’argine del Taro. Il fondo è in ghiaia e si fatica solamente un po’ di più. L’importante è di andare in direzione Trecasali, quindi girare a destra.
Tutti queste deviazioni in genere di 90° sono dovute alla sistemazioni dei campi e dei poderi che risentono ancora delle centuriazioni romane. La strada che abbiamo percorso, da sempre dava ai proprietari dei poderi la possibilità di accedere al fiume e ai campi e boschi del golenale.
Un’altra asperità è fatta! Siamo sull’argine del Taro.
“Il Taro ( in lingua ligure; Tär in dialetto parmigiano) è un fiume dell'Emilia-Romagna, affluente di destra del Po, che con un corso lungo 126 km scorre interamente nella Provincia di Parma.
Il fiume nasce dall'Appennino Ligure sul monte Penna, precisamente a Santa Maria del Taro, nella zona di confine fra la Provincia di Genova e laProvincia di Parma scorrendo inizialmente con corso estremamente accidentato. Da qui bagna svariati centri fra i quali Casale, Bedonia eCompiano
Nei pressi della la cittadina di Borgo Val di Taro il fiume riceve rispettivamente da destra il torrenteGotra e presso l'abitato, il torrente Tarodine. Da qui il fiume bagna Ostia Parmense incrementando le dimensioni del proprio letto e scorrendo accanto all'autostrada della Cisa. Il fiume giunge poi a Fornovo di Taro dove raddoppia di dimensioni e portata grazie alla confluenza da sinistra del Ceno, suo fiumegemello nonché principale tributario, anch'esso proveniente dal monte Penna. Da questo punto in poi il fiume diviene assai ampio raggiungendo in alcuni punti il Km di larghezza e diramandosi in svariati bracci minori. Raggiunto poi il centro di Ponte Taro il fiume viene scavalcato prima dalla Via Emilia e poi dall'Autostrada Milano Bologna, dopo di che riceve da sinistra il torrente Recchio. Qui placa il suo impeto restringendo il proprio letto e bagnando con corso meandriforme i centri di Viarolo,Trecasali e Sissa. Un ultimo affluente raggiunge il fiume presso Fontanelle: il torrente Stirone dopo di che il Taro sfocia da destra nel Po nelle vicinanze di Gramignazzo

Stiamo percorrendo la ciclotaro che ci accompagnerà fino a Viarolo.
La frequentazione di questa ciclabile è notevole. Si incontrano ciclisti, podisti e anche amanti dello sci di fondo che si allenano con gli ski roll. Passiamo l’abitato di Trecasali e la frazione S.Quirico (alla nostra sinistra), con rapido saliscendi passiamo sotto il ponte del Taro nei pressi di S.Secondo e proseguiamo la nostra pedalata in allegria. Il fiume taro (in controcorrente) ci accompagna allegro. Non è difficile scorgere pescatori immersi nell’acqua . Anche il fiume Taro, nel suo percorso di pianura disegna ampie anse, il suo letto volte è  molto ampio, in altre occasioni si restringe fortemente (dopo il ponte di S.Secondo). Anticamente il fiume scorreva più a Ovest, poi è stato forzato dentro gli attuali argini.
Lungo la ciclabile sono stati posizionati molti cartelli esplicativi riguardanti pesci e uccelli tipici del fiume.
Se sarà difficile poter scorgere carpe, e cavedani, o pesce gatti perché nascosti dall’acqua amica, sarà molto facile poter vedere da pochi passi gli aironi cenerini, e altri trampolieri che da anni hanno colonizzato la zona. A volte si possono scorgere all’opera i cormorani che, voracissimi, fanno incetta di ogni tipo di pesce.
Sono parecchi anche i punti di sosta dove poter riposare e improvvisare un pic nic.
Quando arriviamo a Viarolo la Ciclotaro finisce con un necessario punto di sosta 
Giriamo a sinistra verso il centro della frazione di Trecasali (Viarolo) e attraversiamo la Cremonese per immetterci sulla strada Cornazzano 
Anche se non siamo su pista ciclabile il traffico non  è mai problematico e possiamo pedalare con tranquillità, pur rispettando le ovvie regole del traffico.
Seguiamo la strada del Cornazzano fino all’incrocio andremo a destra per strada della Commenda.
IL viaggio continua tranquillo fra campi coltivati e fossi di irrigazione. L’animo rilassato dalla tranquilla campagna aiuta a pedalare senza fatica.
Proseguiamo su strada della Commenda senza curarci di deviazioni varie fino ad arrivare a Cervara. Passata Cervara sbuchiamo sulla SP 9 che da Parma va a Colorno via Torrile.
Giriamo a destra in direzione Baganzola. Questo tratto è abbastanza insidioso a causa del traffico, ma siamo in presenza di una ampia banchina su cui pedalare.
Entriamo nell’abitato di Baganzola e attraversiamo la provinciale per immetterci in Strada Chiesa di Castelnovo. Percorriamo questa via per 200m circa e poi saliremo sull’argine del torrente Parma . Giriamo a destra in direzione della Città.  Il terzo fiume della giornata ciclistica ci accompagnerà fino a destinazione .D’ora in poi percorreremo il suo argine sinistro dove è stata ricavata una splendida pista ciclabile .
“La Parma è un importante torrente dell'Italia settentrionale, lungo 92 km, affluente di destra del fiume Po, che si sviluppa per intero all'interno della provincia di Parma, in Emilia-Romagna. Ha un'area di bacino di 815 km2.
Nasce alle pendici del monte Marmagna a 1.852 m s.l.m. dal Lago Santo parmense (Parma di Lago Santo, 3º ramo principale) e dai laghetti Gemio e Scuro (Parma di Badignana, 1º ramo principale), che confluiscono a monte dell'abitato di Bosco di Corniglio nel corso della Parma propriamente detta. Nella Parma di Badignana confluisce anche il torrente Parma di Francia o Parma delle Guandine, che rappresenta il 2º ramo principale.
Scorre con andamento torrentizio verso nord-est giungendo così presso Langhirano, dove si allarga notevolmente (quasi al pari di una grossa fiumara), sboccando poi in pianura. Qui entra da sud nella città di Parma, attraversandola interamente da sud a nord e ricevendo anche da sinistra le acque della Baganza, suo principale tributario. Uscita dal tratto urbano la Parma prosegue, pesantemente arginata e con andamento sinuoso, nella Pianura Padana, bagnando il centro di Colorno, dove riceve le acque del canale Lorno, e giungendo così presso Mezzano Superiore (a pochi chilometri da Brescello), dove sfocia nel Po.
Peculiare è l'attuale estuario del torrente, che s'immette nel maggior fiume italiano in controcorrente (cioè rivolto verso ovest) anziché assecondandone il flusso.
Il corso del torrente Parma nei secoli è cambiato in diversi punti. Nella zona urbana per esempio l'alluvione del 1177 spostò il letto della Parma verso ovest di quasi un centinaio di metri. Ne è testimonianza il ponte romano rinvenuto nella zona della Ghiaia, all'inizio di via Mazzini. Durante l'alluvione l'antico pons lapidis fu infatti lasciato in secca, creando le Ghiaie: Piazza Ghiaia a nord del ponte e la Ghiaia piccola a sud.
Testimonianza degli spostamenti del letto della Parma fuori città sono le perturbazioni delle maglie centuriali. La centuriazione romana è infatti ancora riconoscibile in molti punti della Pianura Padana e può aiutare a ricostruire l'evoluzione orografica del territorio.”
Appena dopo l’abitato di Baganzola incontriamo i sottopassi della A1 e della TAV. La pista ciclabile scende nel golenale del torrente e risale appena dopo i ponti. Nelle stagioni piovose, in corrispondenza delle piene della Parma questo tratto potrebbe essere assai infangato.


Siamo alle porte di Parma . La nostra fatica sta per terminare. I rumori della città si avvicinano.
Affrontiamo il sottopasso della tangenziale Nord, il poligono di tiro
e il nuovo Ponte Nord ci accolgono in città. Attraversiamo la strada seguendo le indicazioni di pista ciclabile, gireremo a sinistra e poi subito a destra seguendo Via Europa. Arriviamo al ponte successivo e attraversiamo con attenzione Via Europa. Con molta cautela, arriviamo alla stazione ferroviaria.
Qui finisce la nostra pedalata. Non resta che fare il biglietto e prendere il treno per Colorno.
Se abbiamo un mtb, se abbiamo gamba e voglia potremo rientrare in Colorno seguendo l’intero argine  sinistro della Parma, come descritto nel percorso Parma-Colorno in mtb







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